Benessere e lavoro per tutti: soluzioni dal mondo

6 10 2014

benessere

 

 

In molti paesi esteri si dibatte su come migliorare il sistema lavorativo in vigore, in modo da proporre soluzioni alla crisi economica e al tempo stesso migliorare la qualità della vita delle persone.

In Svezia, il Comune di Goteborg ha iniziato un progetto sperimentale per capire se la produttività dei propri dipendenti varia con la diminuzione dell’orario di lavoro. Così mentre una parte del personale lavora 6 ore al giorno, un’altra parte dello staff mantiene l’orario standard di 8 ore (naturalmente a parità di stipendio). Mats Pilhem, vicesindaco di Goteborg, ha dichiarato che in questo modo sperano “che i dipendenti ricorrano a meno giorni di malattia e che migliorino il loro benessere psicofisico”. I risultati di questa sperimentazione saranno disponibili nel 2015, a distanza di un anno dall’inizio del progetto, anche se progetti simili hanno già dato buone indicazioni in altri contesti.

Uno degli obiettivi della riduzione della giornata lavorativa è quello di permettere una migliore qualità della vita alle persone, riducendo lo stress, lasciando più tempo da dedicare alla famiglia e al tempo libero e favorendo una reale uguaglianza di genere. Infatti in molti paesi si è riscontrato come “spesso siano le donne le più colpite da questi orari-maratona”. In Gran Bretagna alcuni economisti segnalano che, oltre ai benefici elencati finora, la diminuzione dell’orario lavorativo ridurrebbe anche l’inquinamento atmosferico. Paesi come Belgio e Germania dovrebbero essere presi ad esempio per la possibilità data ai dipendenti di “passare a un orario part-time aumentando lo stipendio minimo” e dovrebbe essere altamente scoraggiato rimanere in ufficio oltre il normale orario di lavoro.

Una settimana lavorativa ridotta significherebbe anche permettere a più persone di avere un impiego, riducendo gli alti tassi di disoccupazione di questi anni. A dire la verità il sociologo Jeremy Rifkin già ne parlava nel 1998 quando affermava che non c’era lavoro per tutti e che il contratto indeterminato non esisteva più. Un esempio di come il mondo del lavoro può cambiare lo propone Carlos Slim, il secondo uomo più ricco del mondo, proprietario della compagnia telefonica messicana Telmex. Slim “offre ai suoi dipendenti due possibilità: lavorare full-time e andare in pensione sensibilmente prima del previsto oppure lavorare quattro giorni a settimana e ritardare il giorno del pensionamento”.

Delle opportunità lavorative all’estero, di come candidarsi, di come prepararsi se ne parlerà al seminario gratuito “Lavorare in Europa” mercoledì 8 ottobre prossimo a Noicàttaro (Ba) presso il Palazzo della Cultura. Interverranno Carlo Sinisi, Consigliere Eures per la Regione Puglia e Stefania Gentile, Esperta in materia di lavoro dell’Informagiovani Bari. Tutte le info le trovate cliccando al link del seminario.

La partecipazione è gratuita ma è preferibile registrarsi utilizzando il form di registrazione sotto l’articolo.

fonte: caboto.info





Colloquio di lavoro: come rispondere al classico “Mi parli di lei”

25 09 2014

colloquio di lavoro

 

 

Chiunque abbia sostenuto un colloquio di lavoro volto ad una possibile selezione si è senza dubbio sentito rivolgere questa tipica domanda: “Mi parli di lei”.  Come rispondere?

Sfruttando le diverse tipologie di colloquio esistenti, i selezionatori del personale spesso iniziano un colloquio di lavoro con una tipica “domanda aperta”: Mi parli di lei. Un modo per rompere il ghiaccio e mettere il candidato a proprio agio ma anche una tecnica efficace del selezionatore per scoprire la personalità di chi ha di fronte e se davvero rappresenta la persona giusta per quel posto di lavoro. Ma come rispondere a quella che è una delle dieci domande più frequenti di un colloquio di lavoro? Condividere troppe informazioni (così come troppo poche) non è una buona idea. I selezionatori non vogliono conoscere tutto ma è anche vero che rivelando troppo poco di sé potrebbero cominciare a domandarsi come mai la persona in questione sia così “chiusa”.

Colloquio di lavoro: cosa dire al selezionatore del personale

Sebbene la tentazione di elencare l’intera lista delle proprie qualità “perfette” per il lavoro che si ha sottomano sia forte, un approccio più umile (o come si dice in gergo da profilo più basso) aiuterà a sviluppare un rapporto più personale con il selezionatore. Meglio cominciare condividendo quegli interessi personali non strettamente collegati al  lavoro. Alcuni esempi? Parlare di un hobby come l’uncinetto, l’ astronomia, gli scacchi, il canto, il golf, lo sci, il tennis o l’antiquariato.

Interessi come la corsa o lo yoga, che rendono l’idea di una persona attenta alla propria salute e all’equilibrio psico-fisico sono degni di essere citati. Passatempi come la lettura o le parole crociate denotano abili capacità intellettuali. Sport come il golf o il tennis possono rappresentare un valore aggiunto nel caso si tratti di un lavoro in cui è necessario intrattenere i clienti. Fare volontariato denota invece serietà di carattere e impegno nel sociale. Ruoli interattivi come l’organizzatore di eventi di beneficenza o il presidente di un’associazione culturale contribuiranno a mostrare la propria attitudine ad aiutare gli altri.

Meglio evitare polemiche e controversie

In sede di colloquio di lavoro, è bene evitare tematiche che potrebbero diventare oggetto di discussione come la politica o la religione. È importante non fare riferimento ad argomenti che potrebbero innescare una polemica riguardante ad esempio la propria etica, i propri valori morali o il proprio carattere. Meglio anche evitare di condividere informazioni personali riguardo alla propria famiglia: non c’è bisogno di parlare di mogli o conviventi, di figli o di altri rapporti strettamente personali.

Favorire sempre la transizione dal personale al professionale

Dopo avere condiviso un po’ di aspetti interessanti del background personale, è importante puntare al passaggio da quest’ultimi verso quelle qualità-chiave che si ritiene siano adatte al lavoro per il quale ci si sta candidando. Un valido aiuto potrebbe essere quello di utilizzare frasi come: “in aggiunta a questi interessi o passioni, la mia vita professionale rappresenta una parte fondamentale di ciò che io sono e per questo mi piacerebbe parlare un po’ dei punti di forza che potrei apportare a questo lavoro”.

Mettere in evidenza professionalità e competenza

Dopo aver condiviso tre o quattro qualità personali e requisiti professionali sarà opportuno aggiungere ancor qualche punto di forza prima che il colloquio di lavoro si concluda. Un buon suggerimento è quello di preparare una lista delle competenze prima di recarsi al colloquio, in modo da sapere già cosa condividere. Si può partire esaminando con attenzione la job description dell’offerta di lavoro e “farla corrispondere” con i propri requisiti. A questo punto sarà facile dimostrare che si posseggono tutte le qualità del candidato ideale per quel posto di lavoro.

L’importante è non sopraffare il selezionatore con troppe informazioni. Dopo aver citato tre o quattro punti di forza, si può specificare che si hanno numerosi altri pregi di cui si vorrebbe poter parlare magari in seguito, nel corso del colloquio. All’inizio quindi è sempre meglio fare una panoramica generale, accennando solo brevemente alle proprie qualità e a come si sia in grado di sfruttarle a proprio vantaggio. Solo dopo, durante il colloquio sarà opportuno essere più precisi e dettagliati nel discutere i vari aspetti, riportando situazioni, esempi e risultati ottenuti.

Di tutto questo ne parleremo nel seminario gratuito “Lavorare in Europa” organizzato dall’Aps Forland e Eures Puglia. Durante l’incontro il relatore Carlo Sinisi (Consigliere Eures per la Regione Puglia) illustrerà quali sono le best practices per chi vuole trovare lavoro all’estero.
Il seminario si svolgerà presso il Palazzo della Cultura a Noicàttaro (Ba) il prossimo 8 ottobre alle 16.30. La partecipazione al seminario è gratuita ma per ragioni organizzative è preferibile registrarsi anticipatamente utilizzando il form che trovate a questo link.

fonte: news.biancolavoro.it





Seminario gratuito “Lavorare in Europa”

17 09 2014

lavorare in europa

 

 

 

L’Aps Forland il collaborazione con Eures Puglia vi invita a partecipare al seminario “Lavorare in Europa“. L’evento, completamente gratuito previa registrazione, si svolgerà nella cornice del Palazzo della Cultura di Noicàttaro (Ba) il giorno 8 ottobre alle ore 16.30. Relatore del seminario è il dott. Carlo Sinisi, consigliere Eures per la Regione Puglia.

Di cosa si parlerà?
Per chi non conosce EURES (European Employment Services – Servizi europei per l’impiego), si tratta di una rete di cooperazione per facilitare la libera circolazione dei lavoratori all’interno dello Spazio economico europeo, a cui partecipa anche la Svizzera. Fra i partner della rete ci sono servizi pubblici per l’impiego, sindacati ed organizzazioni dei datori di lavoro. La rete è coordinata dalla Commissione europea.

I principali obiettivi di EURES sono:
– informare, orientare e consigliare i lavoratori candidati alla mobilità sulle possibilità di lavoro e sulle condizioni di vita e di lavoro nello Spazio economico europeo;
– assistere i datori di lavoro che intendono assumere lavoratori di altri paesi;
– fornire informazioni e assistenza a chi cerca e offre lavoro nelle regioni transfrontaliere

Il seminario ha lo scopo di informare sulle possibilità lavorative in Europa, capire quali sono gli scenari e le richieste che i paesi della UE rivolge all’Italia. In uno scenario lavorativo come quello italiano sono in molti a tentare fortuna in un’altra nazione ma, molto spesso, non sono preparati e non sanno a cosa vanno incontro.

La partecipazione al seminario è completamente gratuita ma, per ragioni organizzative è preferibile registrarsi all’evento attraverso il form di contatto presente sotto l’articolo.

 





Nuove professioni: lavorare come dronista

10 07 2014

drone

 

 

Grazie all’apertura di specifici corsi di formazione, tra le nuove professioni spunta quella del dronista, ovvero il pilota di droni. Utilizzando il linguaggio tecnico, stiamo parlando degli Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR), più comunemente noti appunto come droni, ovvero dei dispositivi di varie dimensioni capaci di librarsi in cielo senza necessità di un pilota a bordo, che rimane a terra  o su un veicolo adiacente armato di radiocomando per dirigerne i movimenti. Se ne sente molto parlare oggigiorno in quanto questi veivoli trovano larga applicazione in molte attività non solo militari ma anche civili, come ad esempio il controllo del territorio, l’analisi dei terreni  e la ricerca di dispersi dopo una calamità naturale.

Ma per poterli pilotare c’è bisogno di  personale esperto che abbia una preparazione adeguata e proprio per questo motivo stanno nascendo corsi di formazione che forniscono competenze e conoscenze specifiche per diventare dei professionisti: dei veri e propri piloti di droni. Già, anche perché l’Enac, Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, considera i droni dei velivoli come tutti gli altri e chi li conduce deve conoscere bene le regole, nella teoria e nella pratica se vuole utilizzarlo in modo professionale. Insomma, il dronista, potrebbe da qui a qualche anno rivelarsi una delle professioni tecniche più ricercate.

Quella del dronista rappresenta sicuramente una professione emergente e che può trovare uno sviluppo interessante. Come detto sopra, sono infatti ampi e svariati i campi di utilizzo di questa nuova tecnologia e grazie al regolamento varato su misura, seppur ancora da definire, per i droni civili (il nostro paese è stato tra i primi al mondo ad averne uno) sembra proprio che manchino solamente gli aspiranti piloti da formare.

fonte: news.biancolavoro.it





Polonia: il nuovo sogno americano degli italiani?

8 07 2014

polonia

 

 

È considerato lo Stato emergente dell’Europa. In crescita il numero di giovani italiani e non solo che scelgono il Paese di Chopin per cercare lavoro. È stata per anni unicamente associata alla Seconda Guerra Mondiale. È stato il Paese invaso, prima dalla Germania nazista di Hitler, poi dalle truppe sovietiche della Russia comunista di Stalin. Ma se oggi qualcuno dovesse definire con una sola parola la Polonia, l’aggettivo più indicato sarebbe “emergente”.

Dopo l’entrata nell’Unione Europea nel 2004 e, tre anni più tardi, nello spazio Schengen, la Polonia ha vissuto e vive tuttora un periodo di rinascita e costante crescita economica ed infrastrutturale. Secondo il rapporto semestrale Eu11 Regular Economic Report, si stima un incremento del Pil del 2,8% nel 2014, arrivando al 3,3% nel 2015. A sostenerlo è la Banca Mondiale che, secondo le ultime stime, parla di una ripresa della produttività che porterà il Paese a toccare il 4% nel 2016. Inoltre, la Polonia risulta essere uno dei principali beneficiari dei fondi europei stanziati dall’Unione nell’ambito della politica di coesione economica e sociale. Per promuovere uno sviluppo equilibrato, la Comunità Europea ha infatti predisposto 82,5 miliardi di euro per il periodo 2014-2020.

Ma al di là di meri dati tecnici, basta passeggiare per le vie della capitale, emblema in tal senso del cambiamento che sta vivendo la nazione, per respirare quell’aria di rinascita, rinnovo e ricostruzione che sta caratterizzando lo Stato polacco in questi ultimi anni. Grattacieli, edifici super tecnologici, grandi centri commerciali, musei con tecnologie all’avanguardia ed una fitta rete di trasporti pubblici. Il tutto alternato a vecchi edifici di epoca comunista, blocchi di cemento che, poco alla volta, vengono abbattuti per far posto a strutture moderne. Varsavia, o meglio parte di essa, è un cantiere a cielo aperto, un “work in progress” che ben rappresenta lo status del Paese.

Ed è proprio in questo clima di sviluppo che si inseriscono le aspettative e le prospettive future di molti giovani italiani. Sono sempre di più infatti i ragazzi, specialmente laureati, che vedono nella Polonia il loro nuovo punto di partenza. I posti di lavoro non mancano, soprattutto per persone istruite e qualificate, e le possibilità di carriera sono effettive. L’esperienza pregressa molto spesso non è richiesta; le aziende preferiscono formare direttamente i propri dipendenti attraversi corsi e training nei primi mesi dall’assunzione. Si parte da un contratto annuale che, se rinnovato, si trasforma in un contratto a tempo indeterminato.

No, la Polonia non è il paese dei balocchi. Gli stipendi sono inferiori a quelli di molti paesi europei, poiché proporzionati al costo della vita. Un salario medio per un neoassunto si aggira tra i 3.000 e i 3.500 słoty, pari a 700/800 euro, cifra che comunque consente di vivere in piena tranquillità. Se nelle grandi città, come Varsavia, Cracovia, Danzica e Lublino, si respira un’atmosfera internazionale, nelle cittadine o nelle zone più periferiche non si è ancora pronti ad accogliere stranieri. La maggior parte dei nativi non parla inglese e le possibilità di impiego vengono quindi ridotte dall’impossibilità di comunicazione. Inoltre, è ancora tangibile una differenza persistente tra città e campagna.

Perché allora i giovani scelgono la Polonia? Per poter fare esperienza! Perché viene data loro una possibilità. La possibilità di apprendere una professione, di vivere un ambiente lavorativo, di poter essere valorizzati, di dimostrare finalmente quanto si vale, di poter giocare le proprie carte. Si crea così un curriculum ricco di esperienze per poi poter, eventualmente, tentare la fortuna di ritorno in Italia.

fonte: kongnews.it





Il lavoro ideale? Per scoprire qual è bisogna tornare bambini

3 07 2014

lavoro ideale

 

 

In quale attività vi impegnavate più spesso quando eravate dei bambini di otto anni? Ecco, proprio quell’attività, trasferita nel mondo degli adulti, è quella che molto probabilmente sottostà al vostro lavoro ideale, quello più adatto a voi, quello che se avete la fortuna di svolgere è in grado di renderevi felici e soddisfatti. Stando a quanto sostengono gli esperti del settore la nostra personalità si formerebbe appunto intorno agli otto anni. Certo non parliamo di orientamenti politici o gusti personali ancora da delineare ma di sicuro le fondamenta del nostro essere sono già ben solide. Anche le preferenze in merito a ciò che ci interessa, ci entusiasma e ci appassiona, o a ciò che invece non ci piace affatto, sono tendenze che poi nel corso della vita non cambieranno di molto.

Esiste una differenza, per dirla con la life coach Martha Beck, tra l’essenza del nostro io e il nostro “io sociale”. Recandovi da una professionista di questo genere (che vi aiuta a sviluppare e a raggiungere risultati ottimali, ridisegnando la vostra vita privata e professionale) con tutta probabilità le prime domande che vi sentirete rivolgere riguarderanno proprio la vostra infanzia e le inclinazioni che avevate da bambini. Cosa amavate fare quando avevate otto anni? Cosa non sopportavate quando eravate in seconda elementare? Di sicuro per molti le risposte non sono poi così immediate e necessitano di un po’ di tempo per riflettere e per andare a ripescare i ricordi nella memoria. E molti altri spalancheranno gli occhi, pensando che questioni del genere siano irrilevanti per un adulto insoddisfatto della propria vita privata o del proprio lavoro.

Al contrario pare proprio che la soluzione stia nel capire se e in quale misura il nostro io sociale, fatto di aspettative dei genitori da soddisfare, costrizioni e scelte “da adulti”, si sia allontanato, fino quasi a dimenticarsene, dall’essenza del nostro io, quella che all’età di otto anni si manifesta in maniera innata, spontanea e senza condizionamento alcuno.

Alle elementari eravate già un piccolo topo di biblioteca, amavate leggere i vostri libri e non vedevate l’ora di cominciarne un altro, riuscendo a rimanere immobile su un divano per ore con la testa immersa in mondi lontani e avventure fantastiche? Beh, probabilmente se ora vi occupate di vendite e rapporti commerciali o svolgete un lavoro a contatto continuo con il pubblico, non siete felici, vi sentite contro-natura e non vedete l’ora di cambiare professione. Al contrario, quando eravate bambino ogni occasione era buona per uscire di casa, correre con gli amici, arrampicarvi sugli alberi, giocare per strada alla ricerca continua di mille avventure da vivere? Ecco, ora siete impiegato in una società e trascorrete otto ore al giorno seduto davanti al computer. E non siete felice.

Non tutto è perduto. Cambiare prospettiva è possibile: magari il lavoro no, ma scegliere un hobby in grado di dar sfogo e spazio alla vostra indole è già un passo verso la felicità. Oppure rivedere in una diversa ottica il momento in cui andrete in pensione e viverla come una seconda occasione per potervi dedicare all’attività che avete sempre sognato, avviandone magari una in proprio.  Sembrerebbe che scoprire le nostre passioni sia un percorso da fare nel corso della vita e invece ciò che ci appassiona ed entusiasma è dentro di noi fin dalla tenera età e ci accompagna lungo tutto il corso della vita. E quando la passione si sposa con il lavoro, allora la felicità è assicurata.

fonte: news.biancolavoro.it





Great Place to work: è il turno dell’Italia

26 06 2014

great place to work

 

 

Quest’anno tocca all’Italia presentare la lista dei migliori posti di lavoro in Europa. Nella cornice dell’Hotel Parco dei Principi di Roma, i rappresentanti delle 100 migliori aziende di ogni angolo d’Europa si incontreranno per ricevere il riconoscimento di “Best Workplaces in Europe 2014”.

E’ stata ancora Microsoft a confermarsi miglior posto di lavoro tra le 25 multinazionali, mentre Davidson Consulting ha guadagnato la prima posizione tra le 25 large companies e la società di servizi svedese Cygni si è classificata al primo posto tra le 50 small & medium companies. Il paese più diffusamente rappresentato si è rivelato la Gran Bretagna, con 31 aziende, seguita dalla Germania, presente con 23 aziende. L’Italia, presente con 15 aziende tutte nella sezione “multinazionali”, è risultata dunque mediamente rappresentata ma, secondo lo studio “Working on human touch”, in via di miglioramento in termini di fiducia dei dipendenti.

Lo studio, con un focus particolare sulla “fiducia” (alla base di un’azienda Best Workplace e fattore cruciale per il coinvolgimento dei dipendenti e il conseguente successo aziendale), mostra che la maggior parte dei Paesi ha visto un avanzamento del livello di fiducia relativo al proprio ambiente di lavoro, in alcuni casi anche molto significativo, come nel caso dell’Italia, che ha registrato un aumento del 6% del livello di fiducia dei dipendenti. Le organizzazioni stanno infatti spingendo a migliorare la propria cultura puntando sul wellbeing, soprattutto da quando le aziende multinazionali hanno chiesto ai dipendenti di fare di più con meno e da quando l’uso di dispositivi mobili è cresciuto a dismisura, portando i dipendenti a sentire costantemente la pressione dell’always on e ad alzare dunque il proprio livello di stress.

Le nuove ricerche hanno individuato nelle tecniche di rilassamento e di meditazione una soluzione; e poiché queste ultime si traducono anche in una migliore redditività, i Best Workplaces si stanno attrezzando con la predisposizione di corsi di yoga e di laboratori di consapevolezza e di intelligenza emotiva.

Dice infatti Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia, “gli spazi di lavoro stanno cambiando per permettere alle persone di trovare una migliore consapevolezza di sé, benessere fisico e, soprattutto, quel benessere psicologico che mette i manager nella condizione di prendere le migliori decisioni e permette ai dipendenti di lavorare senza preoccupazioni e con un sorriso”. E continua: “uno dei segreti per creare una Best Workplace rimane l’investimento in formazione”. Le ore medie annue per persona dedicate alla formazione sono infatti salite al 9% lo scorso anno, passando da 57 a 62.

Lo studio ha inoltre verificato che i Best Workplaces in Europa son i più attenti nel trattare i dipendenti come individui e non come “numeri”. I collaboratori non sono più solo “asset” necessari per il raggiungimento di un risultato, ma, al contrario, protagonisti unici dell’ambiente di lavoro. In Cygni, per esempio, alle persone viene domandato con quali tecnologie preferiscono lavorare, su quale settore lavorativo di preferenza e in quale luogo. I dipendenti possono anche scegliere in libertà i propri orari di lavoro e i singoli benefit. I Best Workplace in Europa stanno dunque ulteriormente migliorando e prestano sempre maggiore attenzione alle esigenze e ai desideri dei singoli dipendenti. E’ una buona notizia. E le aziende comprese nelle liste di Great Place to Work hanno tutti i motivi per andarne fiere. E di conseguenza anche l’Europa intera.

fonte: happyofficedays.it