Great Place to work: è il turno dell’Italia

26 06 2014

great place to work

 

 

Quest’anno tocca all’Italia presentare la lista dei migliori posti di lavoro in Europa. Nella cornice dell’Hotel Parco dei Principi di Roma, i rappresentanti delle 100 migliori aziende di ogni angolo d’Europa si incontreranno per ricevere il riconoscimento di “Best Workplaces in Europe 2014”.

E’ stata ancora Microsoft a confermarsi miglior posto di lavoro tra le 25 multinazionali, mentre Davidson Consulting ha guadagnato la prima posizione tra le 25 large companies e la società di servizi svedese Cygni si è classificata al primo posto tra le 50 small & medium companies. Il paese più diffusamente rappresentato si è rivelato la Gran Bretagna, con 31 aziende, seguita dalla Germania, presente con 23 aziende. L’Italia, presente con 15 aziende tutte nella sezione “multinazionali”, è risultata dunque mediamente rappresentata ma, secondo lo studio “Working on human touch”, in via di miglioramento in termini di fiducia dei dipendenti.

Lo studio, con un focus particolare sulla “fiducia” (alla base di un’azienda Best Workplace e fattore cruciale per il coinvolgimento dei dipendenti e il conseguente successo aziendale), mostra che la maggior parte dei Paesi ha visto un avanzamento del livello di fiducia relativo al proprio ambiente di lavoro, in alcuni casi anche molto significativo, come nel caso dell’Italia, che ha registrato un aumento del 6% del livello di fiducia dei dipendenti. Le organizzazioni stanno infatti spingendo a migliorare la propria cultura puntando sul wellbeing, soprattutto da quando le aziende multinazionali hanno chiesto ai dipendenti di fare di più con meno e da quando l’uso di dispositivi mobili è cresciuto a dismisura, portando i dipendenti a sentire costantemente la pressione dell’always on e ad alzare dunque il proprio livello di stress.

Le nuove ricerche hanno individuato nelle tecniche di rilassamento e di meditazione una soluzione; e poiché queste ultime si traducono anche in una migliore redditività, i Best Workplaces si stanno attrezzando con la predisposizione di corsi di yoga e di laboratori di consapevolezza e di intelligenza emotiva.

Dice infatti Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia, “gli spazi di lavoro stanno cambiando per permettere alle persone di trovare una migliore consapevolezza di sé, benessere fisico e, soprattutto, quel benessere psicologico che mette i manager nella condizione di prendere le migliori decisioni e permette ai dipendenti di lavorare senza preoccupazioni e con un sorriso”. E continua: “uno dei segreti per creare una Best Workplace rimane l’investimento in formazione”. Le ore medie annue per persona dedicate alla formazione sono infatti salite al 9% lo scorso anno, passando da 57 a 62.

Lo studio ha inoltre verificato che i Best Workplaces in Europa son i più attenti nel trattare i dipendenti come individui e non come “numeri”. I collaboratori non sono più solo “asset” necessari per il raggiungimento di un risultato, ma, al contrario, protagonisti unici dell’ambiente di lavoro. In Cygni, per esempio, alle persone viene domandato con quali tecnologie preferiscono lavorare, su quale settore lavorativo di preferenza e in quale luogo. I dipendenti possono anche scegliere in libertà i propri orari di lavoro e i singoli benefit. I Best Workplace in Europa stanno dunque ulteriormente migliorando e prestano sempre maggiore attenzione alle esigenze e ai desideri dei singoli dipendenti. E’ una buona notizia. E le aziende comprese nelle liste di Great Place to Work hanno tutti i motivi per andarne fiere. E di conseguenza anche l’Europa intera.

fonte: happyofficedays.it

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Tra chi cerca lavoro e i selezionatori non c’è comprensione

24 06 2014

recruiter

 

 

Coloro che sono in cerca di lavoro e chi si occupa della selezione del personale sembrano appartenere a mondi separati, benché le nuove tecnologie e le differenti aspettative continuino a rivoluzionare il modo in cui gli annunci del personale vengono pubblicizzati e il modo in cui le persone gestiscono le loro carriere. E’ quanto emerge da due studi dell’Adp research Institute che mostrano che è più facile per chi offre lavoro essere ottimista riguardo il processo di ricerca del personale rispetto a coloro che il lavoro lo stanno cercando, i quali si aspettano una comunicazione più frequente, rapida e trasparente dalle aziende a cui sono interessati.

I risultati dimostrano che mentre il compito della tecnologia e dei social media è mettere in costante collegamento le persone in tutto il mondo, c’e’ un abisso tra chi fa selezione del personale e chi sta cercando un’occupazione, in particolare il 46% di chi si occupa di selezione del personale pensa che i sistemi di ricerca e monitoraggio dei candidati funzionino bene, mentre solo il 16% di chi e’ in cerca di lavoro la pensa nello stesso modo.

Il 58% di chi sta cercando lavoro crede che un tempo ragionevole tra la prima intervista e l’offerta di lavoro sia di una o due settimane. Il 60% delle persone in cerca di lavoro è frustrata a causa della mancanza di offerte per posizioni di qualità, mentre il 52% di chi si occupa di recruiting ha la stessa reazione per la qualità dei candidati che vede. I risultati della ricerca, inoltre, mostrano che un candidato è più propenso a considerare una particolare opportunità di lavoro in modo favorevole ‘se l’azienda appare più convincente e organizzata rispetto ai suoi concorrenti – . ‘Chiaramente, gli strumenti e i servizi di acquisizione dei talenti -ha detto Terry Terhark, presidente di Talent acquisition solutions di Adp – hanno l’opportunità di evolvere, mettendo in contatto coloro che offrono e che cercano lavoro, dal momento che necessitano l’uno dell’altro per raggiungere il successo. Poiché le aspettative continuano a cambiare e la carenza di talenti aumenta, sarà fondamentale trovare un terreno comune per questi due gruppi, consentendo alle aziende di attrarre e trattenere i migliori talenti, acquisendone un vantaggio competitivo – .Adp Research Institute indica tre raccomandazioni che i datori di lavoro possono oggi adottare per migliorare l’esperienza di selezione che offrono a chi e’ in cerca di lavoro, sulla base dei risultati della ricerca.

Per prima cosa, migliorare il proprio brand. Per Adp, “i marchi più forti sono costruiti su comunicazioni e attività di alta qualità durante tutto il processo di selezione – . Ciò significa garantire chiarezza circa le opportunità che esistono per chi cerca lavoro, la cultura aziendale e gli elementi distintivi del brand. Tali elementi possono anche essere migliorati attraverso un costante impegno nello sviluppo di strumenti di selezione social e dall’uso del mobile – , sottolinea. Si suggerisce, inoltre, di utilizzare la metrica corretta. Le migliori aziende continueranno ad avere successo se metteranno in evidenza l’esperienza del candidato e faranno tutto il possibile per migliorare questo aspetto. Ciò potrebbe significare offrire funzionalità mobile a siti web di recruitment, monitorare il tempo che passa tra l’intervista e l’offerta di lavoro; fornire regolari riscontri e comunicazioni dopo il colloquio iniziale e monitorare la soddisfazione del candidato durante il processo. Un altro aspetto di cui tenere conto, secondo Adp è l’investimento nelle talent community e nella trasmissione di comunicazioni efficaci”.

Il presidente di Talent acquisition solutions di Adp ha anche sottolineato la diversa percezione di chi offre e chi cerca lavoro, emersa nella ricerca, sui siti di social media come LinkedIn e Facebook. Per esempio, circa il 44% delle società di ricerca del personale ha elencato LinkedIn come estremamente o molto utile nella ricerca di nuovi talenti. Ma solo il 19% delle persone in cerca di lavoro la pensa allo stesso modo. D’altro canto, gli studi dimostrano che Facebook ha quasi tre volte più probabilità di essere utilizzato come strumento di ricerca di lavoro da coloro che hanno meno di 30 anni rispetto a chi ha oltre 45 anni d’età.

“Abbiamo rilevato che i lavoratori più giovani hanno una probabilità due volte superiore di descrivere Facebook, Twitter e Google+ -ha dichiarato Tony Marzulli, vicepresidente di Adp Product management for talent solutions – come strumenti che hanno un impatto significativo o moderato sulle loro ricerche di lavoro rispetto ai lavoratori con più di 45 anni. E’ fondamentale indirizzare i modelli di utilizzo dei social media, dei lavoratori piu’ giovani, per attingere al grande talento che porteranno alla forza lavoro di domani – . Tra gli intervistati che si occupano di selezione del personale, solo il 30% ha valutato la propria attuale soluzione di selezione come eccellente, o addirittura molto buona, nel fornire un processo end-to-end per l’acquisizione di talenti. Creare una soluzione unificata che metta in contatto le persone, la tecnologia e il processo di selezione aiuterebbe coloro che offrono lavoro a essere più efficaci nel trovare i migliori talenti disponibili, aumentando la propria soddisfazione e quella di chi cerca lavoro – , ha detto Marzulli”. Lo sviluppo di modalitaà adeguate per i candidati interessati a una particolare azienda è fondamentale per attrarre i migliori talenti e contribuire al successo aziendale. Egli afferma che l’utilizzo dei social media, delle talent community e delle soluzioni di reclutamento mobile siano una parte centrale di questo processo. Purtroppo, molti carrier site aziendali su Internet non sono abilitati all’uso della tecnologia mobile, il che significa che le ricerche che i candidati vorrebbero eseguire si rivelano spesso inadeguate, poiché progettate per un dispositivo diverso, come un pc.

“La responsabilità è chiaramente di entrambe le parti: gli utenti hanno bisogno di aggiornare e migliorare i loro profili online sulle piattaforme di social media per raccontare la loro storia -ha detto Marzulli- e, allo stesso tempo, i datori di lavoro devono capire che le loro metodologie di reclutamento contribuiscono alla loro percezione del brand. Anche nei mercati del lavoro più piccoli, i candidati tendono a selezionare quei datori di lavoro i cui brand sono maggiormente allineati con le esperienze che si aspettano di avere come consumatori on line -” .

fonte: kongnews.it





Il futuro del lavoro sempre più sulle “nuvole”

18 06 2014

cloud computing

 

 

Il 2014 è l’anno di affermazione del Cloud, ovvero una sorta di “nuvola informatica” che permette di gestire le proprie attività e progetti su piattaforme online, fruibili da qualsiasi dispositivo connesso. Saranno disponibili in ogni momento e condivisibili con altri utenti. Si ottimizzano così archiviazione, memorizzazione, elaborazione e condivisione fra colleghi, clienti e partners.

Questi servizi, sviluppati con una logica simile a quella del Social Network, grazie a degli spazi di lavoro online, permetteranno un nuovo modo di lavorare in team, stimolando l’aggregazione in tempo reale di idee creative, conversazioni, briefing e brainstorming e tutto ciò che fino a cinque anni fa era ancora definibile come un ‘progetto Beta’.

La richiesta di addetti IT Cloud specializzati aumenterà ogni anno del 26% fino al 2015, creando nel mondo sette milioni di posti di lavoro legati al Cloud Computing, secondo quanto emerge da un white paper commissionato da Microsoft a Idc, il primo gruppo mondiale specializzato in ricerche di mercato, consulenza e organizzazione eventi per in ambito IT e TLC http://www.idcitalia.com. Poiché la forza lavoro disponibile non è preparata a ricoprire ruoli Cloud based, è necessario – sempre secondo il white paper Idc – avviare una riqualificazione dei professionisti IT e incoraggiare gli studenti a frequentare corsi di formazione conseguendo certificazioni standard in Cloud Computing.

Le figure Cloud più richieste dal mercato del lavoro:

  • Cloud specialist, specializzato nel disegno, engineering e troubleshooting Cloud.
  • Cloud Computing Architect, ricopre un ruolo critico nell’architettura, disegno e implementazione delle soluzioni dalla legacy al Cloud.
  • Cloud System Engineer, lavora nell’engineering team e si occupa principalmente della transizione dei servizi IT verso il Cloud.
  • Cloud Software Developer, attraverso la conoscenza delle principali piattaforme Cloud (Google, Amazon, Microsoft Azure, SalesForce) sviluppa applicazioni per la crescita diretta aziendale.
  • Cloud Alliance Manager, responsabile delle partnership con i service provider e marketing.

Alcuni degli strumenti indispensabili per il Project Managment su sistema Cloud: Producteev (task manager), Basecamp (progetti collaborativi online), Joinme (screen-sharing), Zoho (online editing), Asana (management di gruppi), oltre ai più conosciuti sistemi di team online work come Hangout e Skype.

Secondo il rapporto di fine 2013 della rivista di settore Forrester, firmato da un team di analisti specializzati, fra cui James Staten, Dave Bartoletti, Rachel A.Dines e Liz Herbert, il 2014 rappresenta “il qui e ora” per il Cloud che diventerà la scelta di default per la maggior parte delle aziende. Il Saas “Software as a Service” è ormai lo standard per l’acquisto di applicazioni. Il modello tradizionale, con software installati su remoto in azienda, è stato superato per diffusione, già in categorie come l’Human Capital Managemente e il Customer Relationship Management.

Il catalogo dei servizi (app store catalog) diventerà la porta strategica del Cloud Computing. Un buon catalogo online non solo guiderà la scelta del servizio più adatto alle esigenze aziendali, ma favoriranno un acquisto coerente e coordinato fra le diverse divisioni business, rendendo i servizi IT aziendali più trasparenti e robusti.

Il discorso sicurezza nel Cloud è fondamentale. Il sistema è virtuale ma i rischi sono contreti! Dalla sicurezza perimetro si passerà a quella dei dati, sparsi tra tanti device e nella public cloud. Comincerà l’era del Bring your own encryption e sempre più azienda chiederanno al proprio cloud provider di criptare i dati nella nuvola e controllarne le chiavi. Vi sono variie start up come ClipherCloud o AlephCloud che offrono questi servizi, ma per i dati sensibili e il control key delle aziende è bene fornirsi del proprio provider.

Cosa succede nel caso di Disaster Recovery, ovvero il passaggio dati “da una nuvola all’altra”? Nulla, perché le applicazioni Cloud sono fornite di servizio back up e ripristino. Vi sono offerte che automatizzano questo tipo di protezione come Backupify o Spanning, ma anche in questo caso, per le aziende è meglio verificare le policy del proprio fornitore Cloud.

Il Cloud sta procedendo verso una stabilizzazione easy’n’safe del sistema virtuale. Alcune suite di famose software house propongono abbonamenti annuali per i loro professionali servizi Cloud, ma l’Open Source dominerà la configurazione della public Cloud. I grandi fornitori di soluzioni software che adotteranno questa formula riusciranno a imporre anche lo standard di fatto, per quella che si preannuncia come la rivoluzione del web 3.0.

fonte: kongnews.it





Un colloquio alternativo è possibile?

17 06 2014

I colloqui di lavoro sono tutti uguali….stesse domande, stesse risposte, stessi comportamenti….ma…..cosa succederebbe se all’improvviso vi ritrovaste in un colloquio di lavoro fuori dagli schemi? Come reagireste? E’ questo l’obiettivo di “The Candidate”, il video virale girato da Heineken per selezionare un suo nuovo collaboratore.





Formazione: come scegliere lo stage migliore?

12 06 2014

Goodgame Studios

 

 

 

Lo stage è un’opportunità vera o una perdita di tempo? Quali sono i diritti degli stagisti, alla luce delle novità normative introdotte l’anno scorso? Per gli oltre 9 milioni di ragazzi che hanno tra i 15 e i 29 anni e che sono potenzialmente interessati a questa esperienza formativa i dubbi sono molti. Fare la scelta giusta può significare aprire le porte del mercato del lavoro, pur in un momento difficile come quello che stiamo vivendo. Fare la scelta sbagliata, invece, può significare l’entrata in un limbo di attesa e di frustrazione per un tempo non definito. Come se ne esce?

1)   Il primo consiglio è di raccogliere il maggior numero di informazioni. Un valido aiuto per districarsi è una guida appena uscita, BEST STAGE 2014, in forma di e-book scaricabile gratuitamente, edita da La Repubblica degli stagisti, la testata giornalistica online che da anni segue l’evoluzione degli stage in Italia. Oggi gli stage si distinguono in curriculari, quelli fatti durante il periodo di studi e che ricadono sotto la competenza dello Stato, ed extracurriculari, svolti quando si è finito di studiare. Questi ultimi sono di competenza esclusivamente regionale e, infatti, quasi tutte le Regioni nel corso del 2013 ne hanno stabilito i criteri per legge. E qui veniamo al secondo consiglio.

2)   sapere che a seconda di dove si farà lo stage si possono avere diritti diversi, per esempio, in caso di indennità minima, cioè la cifra lorda minima prevista dalle singole normative regionali da corrispondere obbligatoriamente a tutti gli stagisti extracurriculari. E le differenze possono essere rilevanti: la Provincia di Bolzano impone alle aziende un rimborso minimo per gli stagisti di 640 euro, un record. Sulla stessa linea anche l’Abruzzo, il Molise e il Piemonte con 600 euro, mentre gli stagisti in Sicilia possono essere rimborsati con solo 300 euro mensili.

3)   qual è il tasso di assunzione medio al termine degli stage? In Italia viene assunto meno di un giovane su dieci (9,1%), ma la situazione cambia a seconda del territorio e, cosa più importante, a seconda delle aziende. Scandagliando il territorio nazionale scopriamo che è di nuovo il Piemonte il luogo in cui i ragazzi, come dicevamo, vengono pagati bene e vengono assunti mediamente di più, intorno al 12%. Per quanto riguarda le aziende, invece, quelle che assumono maggiormente sono le grandi con una media di uno stagista su cinque.

Il rimborso spese è importante perché riconosce un valore al lavoro svolto dallo stagista, ma non è il solo.

4)   Perciò il quarto punto da tenere in considerazione riguarda proprio le condizioni, che consistono in bonus o benefit in aggiunta all’indennità di base. Il più comune è il buono pasto, quasi sempre presente in un contratto di stage, ma oltre si apre un mondo. Ci sono aziende che, consapevoli dei disagi nei trasferimenti casa-lavoro, organizzano navette da e per l’azienda o rimborsano l’abbonamento al treno. C’è chi considera la motivazione a dare il meglio proponendo un bonus finale e chi, dando priorità agli aspetti formativi, rimborsa i libri di studio. Altre considerano il benessere fisico dei propri dipendenti, stagisti inclusi, mettendo a disposizione la palestra aziendale.

5) quali sono le aziende più virtuose in cui fare stage? La Repubblica degli stagisti ne ha fatto una classifica sulla base dell’entità dei rimborsi, della trasparenza delle informazioni e del tasso di assunzione al termine degli stage. Così risulta che Tetrapack dà il miglior rimborso spese (950 euro), Everis ha il maggior tasso di assunzione post stage (90%) ed elenca le altre aziende specificandone le condizioni di stage.

fonte: nuvola.corriere.it





Inventarsi un lavoro a 40-50 anni? Volontà, buon senso e un po’ di fortuna

10 06 2014

older workers

 

 

Diciamolo, non è facile, ma si può fare. Ci vuole molta volontà, tanto buon senso e anche un po’ di fortuna. E’ una situazione sempre più comune quella che vede la necessità di inventarsi un lavoro (e quindi un’entrata economica) in età adulta. 40-50 anni e l’obbligo di rifarsi una vita. I dati sulle chiusure aziendali e sulla conseguente disoccupazione crescente degli ultimi anni sono inequivocabili e, è inutile nasconderlo, piuttosto scoraggianti. Sono ormai milioni le persone adulte rimaste disoccupate, magari anche improvvisamente e, spesso, hanno una famiglia da mantenere, un mutuo da pagare e via dicendo.

Tutto vero, negare il dramma, non serve a un bel niente, ma, a ben vedere il nodo sta proprio qui: o ci si scoraggia, ci si lascia andare e si dà per scontato che non c’è più niente da fare, o ci si prova, fino a quando si pensa che esista anche una sola possibilità. Nel secondo caso, molto più difficile, ma anche potenzialmente molto più bello, redditizio e ultimamente anche perseguito del primo, è necessario sapere che provarci e basta non è sufficiente ed anzi, può essere addirittura dannoso per le magari già precarie finanze disponibili.

Come pensare, come agire per aprire un’attività. La passione è un elemento importantissimo. Scegliere e (se lo si può fare) investire in un’attività che piace è forse il miglior inizio possibile. Dedicare l’intera vita lavorativa ad un mestiere che non appassiona rende infatti tutto più pesante, con conseguenti implicazioni psicologiche negative e minori possibilità di riuscita. Però, purtroppo verrebbe da dire, il sogno a volte deve restare tale. O almeno lo deve restare in quel dato momento. Non sempre infatti è possibile aprire un’impresa nel ramo desiderato, per svariate questioni, tra le quali: fondi disponibili, mancata esperienza o competenza nel campo, mancata adeguata conoscenza della legislazione in materia, oppure quest’ultima è semplicemente troppo complicata per le risorse che si hanno. “Buttarsi”, in ognuno di questi casi, è bello ed ammirevole,ma molto, a volte troppo rischioso. Bisogna ricordarsi sempre che è un lavoro, non un hobby, deve prima di tutto darti da mangiare. Il resto viene dopo.

Scendere a patti non è sbagliato. Se quella tal cosa non si può proprio fare, allora è meglio trovare un compromesso:  scegliere un’attività che piace un po’ meno di quella sognata, ma comunque gradita e che, a seconda dei casi, richieda o minori risorse economiche o minori competenze (almeno all’inizio, poi ovviamente nel mentre bisognerà rimediare all’eventuale gap). Insomma, la passione è molto, ma non è tutto e per avere una discreta possibilità di successo non ci si può basare solo su quella, ma anzi bisogna agire come dei veri e propri manager: prevedere, progettare, organizzare, realizzare e poi ancora prevedere.  Non basta: cosa, con chi, come, quando, dove. Gli incroci tra queste variabili potrebbero non avere una fine. Ma proprio questi incroci, se ben governati, sono quelli che permettono di affrontare a muso duro e con una buona base sotto i piedi tutte le problematiche che giorno dopo giorno, senza alcun dubbio, ci si troverà a dover risolvere.

Parla il giusto e fai molti fatti.  Il detto “poche chiacchiere e molti fatti” non vale più. “Parla il giusto” è sicuramente un’espressione più adatta agli attuali tempi, ma il “molti fatti” rimane.  Raccontare la propria attività, soprattutto all’inizio, è estremamente importante. Cercare di ottenere interviste su riviste o siti di settore, avere un blog personale e/o aziendale e tenerlo sempre aggiornato, curare la presenza sui social (che deve essere forte e continua) sono ormai delle necessità nell’epoca in cui tutto passa tramite la pubblicità e la comunicazione. Ma, è ovvio, caro startupper  o neo-imprenditore,  devi avere qualcosa di concreto da comunicare. E per averlo, devi lavorare, lavorare, lavorare. Presenziare ad una fiera di settore, organizzare eventi che facciano conoscere il tuo brand  va benissimo, ma, quest’ultimo, non può essere, appunto, solo un brand. In una fiera ad esempio, ci sono centinaia d’imprenditori come te, concorrenti diretti o operanti in un settore completamente differente poco importa. Se vuoi farti notare devi offrire qualcosa di più, o comunque qualcosa di diverso da tutti gli altri. Se è vero che siamo all’inizio o quasi di una sorta di rivoluzione cultural-lavorativa, questo è proprio il momento in cui solo chi davvero riesce a sviluppare qualcosa di innovativo , importante, e magari unico ha concrete possibilità di emergere. Se non hai qualcosa di “pesante” in mano, ad un certo punto tutto l’impegno profuso in iper-evolute strategie di comunicazione aziendale rischia di essere se non completamente inutile, almeno di rendere infinitamente meno di quello che invece potrebbe con un buon prodotto alle spalle. Questo significa, meno efficacia, meno mercato e quindi, salvo casi rari, anche meno soldi in arrivo.

Impegno e presenza, sempre. Si diceva,“lavorare, lavorare, lavorare”. Leggendo la posta del nostro Bianco Lavoro Magazine, non è raro trovare messaggi del tipo “Salve, vorrei aprire l’attività x, ma vorrei starci solo mezza giornata, rischio qualcosa? Ci sono finanziamenti a fondo perduto? Contributi?”.  Ricominciamo:  caro startupper o neoimprenditore, la prima cosa che devi ricordarti è questa:  l’azienda è tua, se non ci stai tu “lì dentro”, non ci starà nessun altro. E’ una cosa che non puoi delegare perché troppo importante. E poi, anche i soldi che ci hai messo sono tuoi, come tuo sarà il reddito che deriverà dagli utili, tanti o pochi che siano. Starci mezza giornata e poi fare altro non appare essere un buon punto di partenza. L’imprenditore part-time tendenzialmente non esiste, a meno che abbia un’attività già ben avviata, gestibile anche impiegando un numero di ore limitato.

Sei un imprenditore, non un impiegato. Ricordatelo. Un part-time lo può fare il dipendente, non il titolare dell’attività. Il primo quando ha finito va a casa e non ci pensa più, il secondo non può permetterselo. Se non si ha voglia o tempo di lavorare 12-15 ore al giorno per non si sa quanto e con non si sa quali risultati, è meglio non aprire un’attività, perché la contropartita negativa è quella di rischiare seriamente di perdere un sacco di soldi (quelli investiti nell’attività e non solo). Per quanto riguarda i contributi a fondo perduto (o meno), una buona pratica è quella di acquisire una forte conoscenza dei siti istituzionali, nazionali, regionali, provinciali e in alcuni casi anche comunali.

Sii il padrone delle tue possibilità. Niente o quasi pioverà dal cielo. Sapere come accedere ai finanziamenti (senza chiederlo a nessuno) è parte dell’attività imprenditoriale. Conoscere la ciclicità e le peculiarità delle iniziative statali di supporto alle attività autonome è compito tuo. In questo senso, bisogna tener presente anche che non tutti i finanziamenti sono uguali. Alcuni vengono erogati solamente a fronte di progetti d’impresa  molto ben dettagliati, innovativi con buone probabilità di crescita. E chi meglio dello stesso imprenditore può spiegare a chi di dovere le possibilità del suo progetto? Impegno e presenza, sono attività non delegabili. La vita o la morte dell’impresa dipende sì dalla fortuna, dalle tendenze e dalle esigenze del mercato, dal livello della domanda, e da quello più generale dei consumi, ma in primis dipende dall’impegno e dalla tenacia di chi quell’impresa ha voluto metterla in piedi. 

I vantaggi di non avere 20 anni. Uno su tutti, anzi due: l’esperienza e la conoscenza del mondo, di come vanno le cose. Il fatto di aver già lavorato per molti anni, magari in contesti e con mansioni differenti, di aver già sperimentato a lungo cos’è e come ci si comporta in un ambiente lavorativo e di avere un’idea molto chiara di quali siano le problematiche relative è indubbiamente un enorme vantaggio. Un ventenne, per quanto intelligente, istruito, volonteroso, non può endemicamente possedere simili competenze, per il semplice fatto che la sua giovane età non gli permette il possesso di una così profonda esperienza. Sono tutti fattori da sfruttare, senza alcuna remora di sorta. Conoscere come vanno le cose invece, aiuta a non prendere eventuali “fregature” . Le si è già prese in passato, con un po’ di attenzione ora evitarle è molto più facile. Scegliere il socio, il collaboratore, il dipendente giusto fa la differenza. Anche avere la freddezza tipica dell’età matura fa la differenza. Stessa cosa vale per una capacità di analisi delle situazioni positivamente “traviata” dalle esperienze di vita. Sottovalutare tutto questo è senza dubbio un errore. Non si sta certo parlando di competenze tecniche di nuova generazione, ma esperienza, freddezza, buona capacità di valutare le persone con le quali interagire e le offerte/proposte ricevute rimangono fondamentali pilastri su cui fondare un’attività lavorativa il più possibile scevra da errori grossolani o dannosi  colpi di testa

Pronti alla sfida? Inventarsi un lavoro a 40 o 50 anni in un periodo di profonda crisi e’ insomma certamente una sfida molto difficile;  in gioco a volte c’è la dignità economica (mai quella personale) di una donna, di un uomo,  di una famiglia. E’ una sfida che, proprio per questo, non può non spaventare, ma è una sfida che si può vincere.  Il segreto è voler scendere in campo e combattere con il “coltello tra i denti”, mettersi in gioco essendo sempre straordinariamente attivi, cercando di acquisire più informazioni e competenze possibili ogni volta che si presenta la possibilità d’imparare qualcosa e parallelamente affrontare ogni avversità con forza, coraggio e cognizione di causa.

fonte: news.biancolavoro.it





Le 5 competenze che ti renderanno un leader sul lavoro

5 06 2014

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Quali sono le competenze necessarie per essere un vero e proprio leader sul lavoro? Ecco una guida per manager e dirigenti.

Se si desidera essere un leader vero, efficace e che sappia anche ispirare gli altri, ci sono delle competenze specifiche che si avrà bisogno di imparare: eccole spiegate nel dettaglio. La prima è comprendere l’industria in cui si opera e i suoi cambiamenti, così da poter sviluppare immediatamente delle precise strategie di sviluppo che permettano all’azienda di cambiare insieme al settore. È dunque necessario saper identificare le opportunità che si presentano e sfruttarle.

La seconda skill è quella di saper gestire efficacemente i progetti come quelli di budget, di allocazione delle risorse, e di massimizzare il potenziale degli stessi. Terza: saper coltivare strategie, saper pensare e innovare, nonché identificare i limiti personali e del proprio business. Bisogna poi saper capire dove avvengono i cambiamenti: a livello locale o globale? Skill: analizzare la capacità della vostra compagnia di cavalcare quelle nuove tendenze, e di creare una forte cultura aziendale. L’ultima skill per essere un grande leader è quella di incoraggiare i dipendenti a essere creativi e a trovare nuove idee che possano innovare.

fonte: manageronline.it