Nuove professioni: lavorare come dronista

10 07 2014

drone

 

 

Grazie all’apertura di specifici corsi di formazione, tra le nuove professioni spunta quella del dronista, ovvero il pilota di droni. Utilizzando il linguaggio tecnico, stiamo parlando degli Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR), più comunemente noti appunto come droni, ovvero dei dispositivi di varie dimensioni capaci di librarsi in cielo senza necessità di un pilota a bordo, che rimane a terra  o su un veicolo adiacente armato di radiocomando per dirigerne i movimenti. Se ne sente molto parlare oggigiorno in quanto questi veivoli trovano larga applicazione in molte attività non solo militari ma anche civili, come ad esempio il controllo del territorio, l’analisi dei terreni  e la ricerca di dispersi dopo una calamità naturale.

Ma per poterli pilotare c’è bisogno di  personale esperto che abbia una preparazione adeguata e proprio per questo motivo stanno nascendo corsi di formazione che forniscono competenze e conoscenze specifiche per diventare dei professionisti: dei veri e propri piloti di droni. Già, anche perché l’Enac, Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, considera i droni dei velivoli come tutti gli altri e chi li conduce deve conoscere bene le regole, nella teoria e nella pratica se vuole utilizzarlo in modo professionale. Insomma, il dronista, potrebbe da qui a qualche anno rivelarsi una delle professioni tecniche più ricercate.

Quella del dronista rappresenta sicuramente una professione emergente e che può trovare uno sviluppo interessante. Come detto sopra, sono infatti ampi e svariati i campi di utilizzo di questa nuova tecnologia e grazie al regolamento varato su misura, seppur ancora da definire, per i droni civili (il nostro paese è stato tra i primi al mondo ad averne uno) sembra proprio che manchino solamente gli aspiranti piloti da formare.

fonte: news.biancolavoro.it





Polonia: il nuovo sogno americano degli italiani?

8 07 2014

polonia

 

 

È considerato lo Stato emergente dell’Europa. In crescita il numero di giovani italiani e non solo che scelgono il Paese di Chopin per cercare lavoro. È stata per anni unicamente associata alla Seconda Guerra Mondiale. È stato il Paese invaso, prima dalla Germania nazista di Hitler, poi dalle truppe sovietiche della Russia comunista di Stalin. Ma se oggi qualcuno dovesse definire con una sola parola la Polonia, l’aggettivo più indicato sarebbe “emergente”.

Dopo l’entrata nell’Unione Europea nel 2004 e, tre anni più tardi, nello spazio Schengen, la Polonia ha vissuto e vive tuttora un periodo di rinascita e costante crescita economica ed infrastrutturale. Secondo il rapporto semestrale Eu11 Regular Economic Report, si stima un incremento del Pil del 2,8% nel 2014, arrivando al 3,3% nel 2015. A sostenerlo è la Banca Mondiale che, secondo le ultime stime, parla di una ripresa della produttività che porterà il Paese a toccare il 4% nel 2016. Inoltre, la Polonia risulta essere uno dei principali beneficiari dei fondi europei stanziati dall’Unione nell’ambito della politica di coesione economica e sociale. Per promuovere uno sviluppo equilibrato, la Comunità Europea ha infatti predisposto 82,5 miliardi di euro per il periodo 2014-2020.

Ma al di là di meri dati tecnici, basta passeggiare per le vie della capitale, emblema in tal senso del cambiamento che sta vivendo la nazione, per respirare quell’aria di rinascita, rinnovo e ricostruzione che sta caratterizzando lo Stato polacco in questi ultimi anni. Grattacieli, edifici super tecnologici, grandi centri commerciali, musei con tecnologie all’avanguardia ed una fitta rete di trasporti pubblici. Il tutto alternato a vecchi edifici di epoca comunista, blocchi di cemento che, poco alla volta, vengono abbattuti per far posto a strutture moderne. Varsavia, o meglio parte di essa, è un cantiere a cielo aperto, un “work in progress” che ben rappresenta lo status del Paese.

Ed è proprio in questo clima di sviluppo che si inseriscono le aspettative e le prospettive future di molti giovani italiani. Sono sempre di più infatti i ragazzi, specialmente laureati, che vedono nella Polonia il loro nuovo punto di partenza. I posti di lavoro non mancano, soprattutto per persone istruite e qualificate, e le possibilità di carriera sono effettive. L’esperienza pregressa molto spesso non è richiesta; le aziende preferiscono formare direttamente i propri dipendenti attraversi corsi e training nei primi mesi dall’assunzione. Si parte da un contratto annuale che, se rinnovato, si trasforma in un contratto a tempo indeterminato.

No, la Polonia non è il paese dei balocchi. Gli stipendi sono inferiori a quelli di molti paesi europei, poiché proporzionati al costo della vita. Un salario medio per un neoassunto si aggira tra i 3.000 e i 3.500 słoty, pari a 700/800 euro, cifra che comunque consente di vivere in piena tranquillità. Se nelle grandi città, come Varsavia, Cracovia, Danzica e Lublino, si respira un’atmosfera internazionale, nelle cittadine o nelle zone più periferiche non si è ancora pronti ad accogliere stranieri. La maggior parte dei nativi non parla inglese e le possibilità di impiego vengono quindi ridotte dall’impossibilità di comunicazione. Inoltre, è ancora tangibile una differenza persistente tra città e campagna.

Perché allora i giovani scelgono la Polonia? Per poter fare esperienza! Perché viene data loro una possibilità. La possibilità di apprendere una professione, di vivere un ambiente lavorativo, di poter essere valorizzati, di dimostrare finalmente quanto si vale, di poter giocare le proprie carte. Si crea così un curriculum ricco di esperienze per poi poter, eventualmente, tentare la fortuna di ritorno in Italia.

fonte: kongnews.it





Il lavoro ideale? Per scoprire qual è bisogna tornare bambini

3 07 2014

lavoro ideale

 

 

In quale attività vi impegnavate più spesso quando eravate dei bambini di otto anni? Ecco, proprio quell’attività, trasferita nel mondo degli adulti, è quella che molto probabilmente sottostà al vostro lavoro ideale, quello più adatto a voi, quello che se avete la fortuna di svolgere è in grado di renderevi felici e soddisfatti. Stando a quanto sostengono gli esperti del settore la nostra personalità si formerebbe appunto intorno agli otto anni. Certo non parliamo di orientamenti politici o gusti personali ancora da delineare ma di sicuro le fondamenta del nostro essere sono già ben solide. Anche le preferenze in merito a ciò che ci interessa, ci entusiasma e ci appassiona, o a ciò che invece non ci piace affatto, sono tendenze che poi nel corso della vita non cambieranno di molto.

Esiste una differenza, per dirla con la life coach Martha Beck, tra l’essenza del nostro io e il nostro “io sociale”. Recandovi da una professionista di questo genere (che vi aiuta a sviluppare e a raggiungere risultati ottimali, ridisegnando la vostra vita privata e professionale) con tutta probabilità le prime domande che vi sentirete rivolgere riguarderanno proprio la vostra infanzia e le inclinazioni che avevate da bambini. Cosa amavate fare quando avevate otto anni? Cosa non sopportavate quando eravate in seconda elementare? Di sicuro per molti le risposte non sono poi così immediate e necessitano di un po’ di tempo per riflettere e per andare a ripescare i ricordi nella memoria. E molti altri spalancheranno gli occhi, pensando che questioni del genere siano irrilevanti per un adulto insoddisfatto della propria vita privata o del proprio lavoro.

Al contrario pare proprio che la soluzione stia nel capire se e in quale misura il nostro io sociale, fatto di aspettative dei genitori da soddisfare, costrizioni e scelte “da adulti”, si sia allontanato, fino quasi a dimenticarsene, dall’essenza del nostro io, quella che all’età di otto anni si manifesta in maniera innata, spontanea e senza condizionamento alcuno.

Alle elementari eravate già un piccolo topo di biblioteca, amavate leggere i vostri libri e non vedevate l’ora di cominciarne un altro, riuscendo a rimanere immobile su un divano per ore con la testa immersa in mondi lontani e avventure fantastiche? Beh, probabilmente se ora vi occupate di vendite e rapporti commerciali o svolgete un lavoro a contatto continuo con il pubblico, non siete felici, vi sentite contro-natura e non vedete l’ora di cambiare professione. Al contrario, quando eravate bambino ogni occasione era buona per uscire di casa, correre con gli amici, arrampicarvi sugli alberi, giocare per strada alla ricerca continua di mille avventure da vivere? Ecco, ora siete impiegato in una società e trascorrete otto ore al giorno seduto davanti al computer. E non siete felice.

Non tutto è perduto. Cambiare prospettiva è possibile: magari il lavoro no, ma scegliere un hobby in grado di dar sfogo e spazio alla vostra indole è già un passo verso la felicità. Oppure rivedere in una diversa ottica il momento in cui andrete in pensione e viverla come una seconda occasione per potervi dedicare all’attività che avete sempre sognato, avviandone magari una in proprio.  Sembrerebbe che scoprire le nostre passioni sia un percorso da fare nel corso della vita e invece ciò che ci appassiona ed entusiasma è dentro di noi fin dalla tenera età e ci accompagna lungo tutto il corso della vita. E quando la passione si sposa con il lavoro, allora la felicità è assicurata.

fonte: news.biancolavoro.it