Formazione permanente: costo o investimento?

6 03 2014

learningSi chiama formazione permanente ed è quell’aggiornamento specialistico-professionale che diventa obbligatorio per poter continuare a svolgere la propria attività e mantenere l’abilitazione al lavoro. Ma se all’interno della carriera professionale è un investimento necessario e utile (se efficiente e ben organizzato), si può dire altrettanto quando da disoccupati lo si percepisce più come un’incombenza e un costo?

È il cosiddetto lifelong learning: nobile ed indiscutibile di per sé se si considera che aggiornarsi di continuo e stare alla velocità d’evoluzione della tecnologia è motivo di orgoglio personale prima ancora che di stima professionale e ovviamente di garanzia di qualità per l’utente finale e la collettività. Ma se è valida questa affermazione secondo la quale nella vita non si finisce mai d’imparare, è altrettanto vero che quando si è senza lavoro (e senza remunerazione) arriva un momento in cui la conoscenza deve lasciare il passo alla sopravvivenza. Il rovescio della medaglia è che, non rinnovando le abilitazioni obbligatorie per legge, nell’eventualità di una job opportunity non si sarà in grado di rispondere.

Un circolo virtuoso e vizioso di cui oggi in Italia sono protagonisti i lavoratori di diverse categorie professionali. Considerando l’area tecnica e della logistica e trasporti, si pensi al patentino obbligatorio per condurre i carrelli elevatori (da rinnovare ogni tre anni al costo medio di 150 euro) o la Cqc, ovvero la Carta di Qualificazione del Conducente, utile e necessaria a condurre i mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, (da rinnovare ogni 5 anni, con costi attorno ai 200 euro). Anche per essere in regola nel mondo del turismo e della ristorazione, come ben noto agli addetti ai lavori, è necessario essere in possesso della certificazione Haccp. Si deve rinnovare ogni cinque anni e costa 35 euro.

Per quanto concerne l’area legale, per i mediatori civili e commerciali iscritti ad un organismo di mediazione, l’aggiornamento è biennale e il prezzo si aggira intorno ai 180€. In caso di mancato adempimento non si perde il titolo acquisito ma si diviene mediatori inattivi. La formazione permanente degli avvocati è invece stata disciplinata dalla riforma forense del 2012 che, pur superando il sistema dei crediti formativi, mantiene l’obbligo di un costante e continuo aggiornamento della propria competenza professionale, secondo modalità e condizioni stabilite dal Consiglio Nazionale Forense.

Dal 1° gennaio 2014 la formazione professionale continua (FPC) è diventata obbligatoria anche per  assistenti sociali, geometri, geologi e biologi, chimici. L’aggiornamento prevede il raggiungimento di un determinato numero di crediti nell’arco di tre anni, necessari per poter mantenere la qualifica professionale conseguita e nel caso esercitata. Analogo discorso riguarda architetti, notai, commercialisti, consulenti del lavoro. I crediti non si maturano solo attraverso corsi e seminari ma anche con la normale attività lavorativa: docenze, tutoraggio, assemblea annuale dell’Ordine. Anche se nella maggior parte di questi casi (come ad esempio per i giornalisti) l’aggiornamento è gratuito, il dover ottemperare all’obbligo formativo (pena la cancellazione dall’Ordine) diventa un impegno e soprattutto il fatto che non si paghi non vuol dire che non rappresenti un costo. Basti pensare ad esempio ad una donna con figli piccoli che deve ricorrere magari ad una baby sitter a pagamento.

Senza contare che, data la precarietà della condizione lavorativa odierna, decine di migliaia di questi lavoratori non riescono a “vivere” solo del loro lavoro e devono dedicarsi ad altre attività per arrivare a fine mese. L’obbligo di frequenza dei corsi di aggiornamento diventa allora un’incombenza e un costo anche a livello di ferie, permessi o nel caso di liberi professionisti, di mancato lavoro. Quello che ha rappresentato e ancora oggi rappresenta un investimento per la vita ottenuto con fatica e sacrifici, tenute ferme le condizioni lavorative sopra descritte (disoccupazione o precarietà in primis) al danno di non poterlo mettere a frutto, sembra aggiungersi anche la beffa.

fonte: news.biancolavoro.it

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